venerdì 21 febbraio 2014

Viaggio all'Ahaggar

All'origine di ciò che sono diventato c'è stata quella marcia lenta senza principio né fine, su quella terra eterna dove il sogno e l'avventura, dove la vita e la morte, il presente e il passato, la terra e le stelle si alternano all'infinito componendo una sinfonia ardente, punteggiata dal canto del vento fra le dune dei grandi erg o fra gli organi di pietra dei tassili, spezzata di colpo dal silenzio più profondo, quel silenzio degli spazi infiniti che fecero sognare Pascal e Padre Foucauld.
(Roger Frison-Roche, Il richiamo dell'Hoggar)



Duna, poi luna, poi niente. Tranne miriadi di stelle, quante non ne avevo mai viste, né mai ne vedrò più in vita mia.
Per me che soffro i mali dell'inverno, un viaggio in Africa era il miraggio, un sogno ad occhi aperti che mi teneva compagnia durante i mesi di grigio e di pioggia.
Questa volta l'ho fatto.
Mollo tutto, mi dico, e mi imbarco verso l'equatore, verso il Sahara.
E l'ho fatto.
Nessuno mi ha preso sul serio, nessuno è venuto con me. E sono partito da solo.
Meglio così.
Se uno va nel deserto non va certo in cerca di vita sociale.
Tra l'aereo e il traghetto, ho preferito il secondo: più lento ma economico e, in fondo, romantico.
Salerno-Tunisi a 95€, pensavo peggio.
L'acqua e i panini me li sono portati a bordo da casa, mica ho tanti soldi, io. Devo economizzare.
L'agenzia viaggi tunisina con cui avevo trattato via email (prima ho fatto il bonifico, tre anni di risparmi, poi mi era venuto il dubbio fosse una truffa), l'agenzia della cui esistenza ringrazio Dio mi ha aggregato ad una comitiva di fiamminghi in cerca d'avventura. Gente educata, comunque, molto organizzati e soprattutto facoltosi. Speriamo di non passare dei guai per questo.
Terroristi che rapiscono turisti, ne ho sempre sentito raccontare. Ma un sogno è un sogno e merita di accollarsi qualche rischio. Io sto cercando Tin Hinan, la regina dell'Atlante.
Durante il viaggio in fuoristrada verso il deserto non parlavo con nessuno, e nessuno mi parlava. Sedici ore di strada sterrata e tre pause. Fare pipì sulla polvere e ripartire. Per le signore montavano un paravento fissato con dei picchetti e un vasino lavabile: grande lusso e riservatezza.
Penso che all'inizio gli altri mi considerassero un mezzo scemo, poi hanno capito che non so parlare francese né inglese; prima di dire ogni cosa devo meditare parecchio per poi tirar fuori frasi sgangherate che i belgi e le guide fingono di capire. Sorridono, annuiscono e si girano da un'altra parte. Il problema è che lo fanno sempre, anche quando gli ho chiesto se per favore hanno dell'acqua fresca o se sanno per quante ore ancora dobbiamo camminare.
Camminare, sì. Non si fa altro da giorni, ma ne vale la pena.
Le auto ci hanno lasciato al confine algerino, lì ci aspettavano guide tuareg, così recitava la brochure. Peccato che le scarpette da ginnastica marroni stonino un po' col taguelsmut, il famoso turbante blu. Tra l'altro l'hanno messo solo il primo giorno. L'avranno fatto solo per fare scena, poi se ne sono dimenticati. E non penso nemmeno che avessero il diritto di farlo. Il blu è per i nobili. La gente comune lì indossa il turbante nero, gli schiavi quello bianco.
So tutto, ho studiato, ho fatto i compitini, prima di partire.

A dorso di cammello. L'incubo peggiore della mia vita.
La bestia puzza, beccheggia e rolleggia come una scialuppa nella tempesta. E io che sognavo le navi del deserto. Gli animali mitologici che avrei cavalcato trionfante verso l'Ahaggar.
Ho l'osso sacro a pezzi.
Anzi forse non ce l'ho più.
Ad In Amenas si sono uniti a noi tre coreani arrivati lì in aereo. Siamo andati a prenderli con la carovana fino in albergo. Un casermone prefabbricato circondato di palme o alberi del genere.
Sono usciti già distrutti, ma quando ci hanno visti, abbiamo letto prima stupore, poi terrore dietro i loro occhialoni neri da sole.
Già... non abbiamo più l'aspetto di turisti, ma di profughi malnutriti.
Una famiglia si è arresa e si è fermata lì per prendere il primo aereo che partirà verso nord. Due anziani con una figlia zitella. La mamma si è ammalata e così se ne tornano tutti a casa.
Da non so quanti giorni ci hanno scaricato pure i cammelli e il viaggio prosegue a piedi, in compagnia di muli e somari carichi di tende, acqua e roba da mangiare che definire esotica è il modo più ipocrita con cui riesco a coprire, mentendomi, il sapore di cose di cui a stento distinguo l'origine vegetale o animale.
Questa notte siamo accampati a Ouhanet. Non sapevo che anche il nulla avesse un nome.
Siamo sul bordo di ampie falesie a picco su un oceano di sabbia. Una bassa duna ha coperto fino a poco fa il sorgere della luna.
Stanotte mi sento il Leopardi del deserto. E mi godo ciò che ero corso qui per evitare: la notte.
Domani si riprende la marcia. Tra cinque giorni Illizi, il Tassili N'Agger e poi, finalmente l'Ahaggar.

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